L’economia dell’orrore nutre l’Occidente

Il rapporto ONU di Francesca Albanese smaschera una verità scomoda: dietro la distruzione del popolo palestinese c’è una macchina globale del profitto, che alimenta il nostro benessere

di Stefania Creatura e Rossella Guglielmo

Anche la distruzione di un popolo può diventare un business estremamente redditizio: non è solo l’ennesima guerra, non è un conflitto complicato. È una filiera globale perfettamente funzionale fatta di appalti, commesse militari, banche d’investimento, fondi pensione, colossi tecnologici e catene logistiche.

È questo il cuore del rapporto presentato all’ONU nel giugno 2025 dalla Relatrice Speciale Francesca Albanese. Un documento storico durissimo, un’accusa documentata, che chiama per nome la complicità del settore privato nel sistema economico che prospera sull’occupazione, sull’apartheid, sul genocidio del popolo palestinese.

Francesca Albanese rendiconta il modo in cui funziona questa economia: il genocidio avviene anche con sensori radar montati su F-35 che Israele usa per colpire case, scuole e ospedali a Gaza; con cloud computing e intelligenza artificiale che forniscono all’esercito israeliano elenchi automatizzati di bersagli umani; con carbone, petrolio e gas che alimentano l’infrastruttura energetica israeliana, compresa quella usata per assediare Gaza e tagliare acqua e luce; con banche che finanziano le emissioni di titoli di Stato israeliani per acquistare armi; con fondi pensione e assicurazioni che investono nei profitti delle aziende coinvolte; con app turistiche e marketplace che vendono case costruite su terra rubata, come se nulla fosse.

È una macchina perfetta. E fa soldi veri.

Si bombarda Gaza con aerei F-35 forniti da Lockheed Martin e co-prodotti con Leonardo S.p.A (società italiana a controllo pubblico), si spianano i quartieri con bulldozer Caterpillar robotizzati, si profila ogni volto palestinese con software come Pegasus del gruppo NSO, poi si vendono quei dati alle forze israeliane grazie ai server cloud forniti da Amazon, Microsoft e Google. Si finanziano tutte queste operazioni con i buoni del tesoro israeliani, sottoscritti da banche come Barclays e BNP Paribas Italia, supermercati europei (spesso anche italiani) vendono prodotti coltivati nelle colonie, etichettati come “Made in Israel”, si affittano le case degli insediamenti illegali su Airbnb e Booking.com, aziende come Tnuva e Netafim esportano nel mondo il frutto della terra rubata ai contadini palestinesi.

La compagnia idrica Mekorot ha gestito le condutture di Gaza al solo 22% della capacità, lasciando intere aree della città senz’acqua per il 95% del tempo; il taglio del carburante e dell’elettricità, garantito da Chevron, Glencore, BP, Petrobras, ha causato il collasso totale dei generatori, delle pompe d’acqua, degli ospedali e degli impianti di desalinizzazione: la morte arriva anche così, nel buio dei reparti di terapia intensiva senza elettricità, nelle incubatrici spente, nei corpi disidratati per l’assenza di acqua potabile.

Questa non è un’eccezione, è la regola di un capitalismo avanzato che ha imparato a trarre profitto dalla morte.

Ci sono aziende che hanno guadagnato miliardi. La sola borsa di Tel Aviv ha registrato un +179% dei valori azionari dall’inizio dello sterminio, con un guadagno netto di 157,9 miliardi di dollari.

Il genocidio del popolo palestinese, dunque, è alimentato da un’economia transnazionale imperialista e coloniale, in cui le imprese, le banche, le università e i governi occidentali sono complici attivi.

Ci troviamo di fronte alla logica del profitto, che nutre il nostro benessere, ma al contempo diventa strumento di oppressione, controllo e sterminio.

Com’è possibile che siamo riusciti e riusciamo ad accettare tutto questo?

In effetti, questo è quanto ci ha chiarito Tzvetan Todorov, nel suo celebre saggio La conquista dell’America, presentandoci un altro volto del colonialismo, non quello fondato esclusivamente sulle armi, le invasioni, le prevaricazioni politiche e militari.

Prima ancora del dominio e dell’occupazione vi è la narrazione della superiorità culturale e morale dell’Occidente, il tutto condito da un giudizio di valore assolutamente negativo e da un rifiuto assiologico dell’altro da noi.

Se ci pensiamo, il linguaggio e la narrazione sono armi altrettanto potenti, che permettono di etichettare l’altro come vuoto, come minoranza che non ha consapevolezza della propria storia, come corpo disponibile, come “danno collaterale”.

Questo ci serve a giustificare atrocità umanamente inaccettabili, di cui abbiamo scarsa consapevolezza, per mancanza di conoscenza o di volontà di conoscenza.

È tale meccanismo che ci permette di sopravvivere alle nostre coscienze e di non rinunciare a quel finto benessere che concede a noi le briciole mentre “ingrassa” pochi.

Diciamocelo in tutta franchezza: questa narrazione ci solleva da ogni responsabilità morale e politica.

Nessuno di noi dovrebbe, invece, considerarsi assolto.

Ogni volta che acquistiamo da una multinazionale che investe nei territori occupati, ogni volta che ci affidiamo a piattaforme o servizi che collaborano con le forze militari israeliane, ogni volta che normalizziamo o relativizziamo, nutriamo, più o meno consapevolmente, questo sistema dell’orrore.

Ma possiamo spezzare il ciclo: possiamo scegliere, possiamo rompere l’ingranaggio. Possiamo disinvestire, boicottare, fare inchiesta, informazione, pressione politica.

Francesca Albanese oggi viene attenzionata dagli Stati Uniti e sanzionata per aver detto la verità, per aver osato affermare che il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese non è negoziabile e per aver dimostrato che l’occupazione non è un fatto isolato ma un sistema globale, che coinvolge la responsabilità non solo degli Stati, ma delle imprese, dei CEO, delle banche, dei fondi, dei silenzi complici.

Noi dobbiamo difendere il suo lavoro, farlo nostro, portarlo nelle scuole, nei luoghi di aggregazione, nei comuni, nei quartieri.

Gaza ci chiama. Francesca Albanese ci chiama.


Non possiamo più voltarci dall’altra parte e fingere di non vedere e di non sapere.

Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 – versione in italiano

Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 – versione in inglese

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